Per cominciare…un breve cenno sull’andamento dei mercati.
Il 2019 presenta risultati molto positivi per tutte le principali attività finanziarie, rilanciando il ciclo rialzista iniziato fin dal 2009 e bruscamente interrottosi nel 2018.
L’anno è stato infatti caratterizzato dal positivo evolversi di alcuni grandi temi, che avevano negativamente influito sulle performance del precedente esercizio.
In primo luogo la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina: dopo un inizio d’anno connotato da toni accesi e dure prese di posizione le parti hanno virato su accenti più concilianti e sulla definizione di parziali accordi che hanno notevolmente rassicurato gli investitori.
Simile la parabola seguita dalla politica monetaria, specie da parte dell’americana Federal Reserve.
Quest’ultima infatti ha abbandonato la politica restrittiva intrapresa nel 2018, che tanto aveva influito nel determinare la dinamica regressiva degli indici, per passare ad una robusta manovra espansiva, realizzata attraverso tre successivi tagli dei tassi di interesse per un totale di 75bps di decremento, a cui si è aggiunto nell’ultima parte dell’anno un ulteriore intervento di stimolo monetario attraverso l’acquisto di titoli obbligazionari a breve termine.
In sintonia l’azione della BCE, che negli ultimi mesi dell’anno ha annunciato un nuovo programma di espansione monetaria, che ha fortemente contribuito ad attenuare i timori recessivi in Eurozona.
In gran parte collegato alle dinamiche già descritte l’andamento dei dati macroeconomici, che, dopo aver accusato un indebolimento nella parte centrale dell’anno, si sono successivamente stabilizzati ed in alcuni casi hanno registrato un miglioramento, determinando anch’essi un allontanamento delle più cupe previsioni di recessione economica.
Infine tra gli eventi rilevanti del 2019 per l’andamento dei mercati, sebbene con valenza inferiore rispetto a quelli già trattati, vanno menzionati la formazione del nuovo governo in Italia e le elezioni politiche tenutesi in Inghilterra.
Per quanto riguarda l’Italia una ritrovata, per quanto precaria, stabilità politica e la connotazione maggiormente “europeista” del nuovo esecutivo hanno dissipato il timore di una possibile uscita dell’Italia dall’Euro e rassicurato gli investitori sulla qualità dei rapporti con l’Unione Europea.
In Inghilterra la vittoria elettorale del partito conservatore di Boris Johnson ha infine fatto chiarezza sulla Brexit, segnando l’inizio del percorso di approvazione dell’accordo con l’Unione Europea.
Nel contesto succintamente sopra descritto i mercati azionari hanno registrato i rialzi più consistenti, con Stati Uniti (+31,5%) ed Europa in testa (+26%) ma anche con Giappone e Paesi Emergenti attorno al +20%. Da notare l’ottima performance della Borsa Italiana, pur caratterizzata da una limitata capitalizzazione: nel 2019 l’indice FTSE Italia All Share registra un +33% contro il -14% dell’anno precedente.
Anche gli indici obbligazionari governativi, complice la già citata discesa dei tassi di interesse, hanno mostrato risultati di tutto rispetto, positivamente correlati alla durata finanziaria dei titoli: le obbligazioni governative europee con durata 1-10 anni si sono incrementate del 2,85% (ML Pan Europe 1-10 yrs,), ancora meglio hanno fatto i titoli collegati all’inflazione (+4,59% Barcap EMU inflation linked) e i treasury americani (+3,91% ML treasury hedged).
Per quanto riguarda i titoli di emittenza societaria, la discesa dei tassi ed il restringimento degli “spread” ha condotto ad ottime performance delle attività “Investment Grade”, sia in area euro (+6,25 ML Euro Corporate All Mats), sia negli Stati Uniti (+4% ML US Corporate1-5 yrs hedged), sia infine nei Paesi Emergenti.
Nel contesto rialzista già descritto, risultati ancora maggiori vengono ovviamente registrati dalle obbligazioni societarie a più alto grado di rischio (cosiddette High Yield).
Infine sul mercato dei cambi si è assistito ad un indebolimento generalizzato dell’euro, contro il dollaro (-2.2%), contro lo yen (-3.2%) e il franco svizzero (-3.55%). L’evoluzione del quadro politico inglese è stato accolto favorevolmente dai mercati e ha causato un indebolimento dell’euro anche rispetto alla sterlina (-5.9%).
Il dollaro ha continuato ad apprezzarsi grazie al differenziale di crescita tra gli Stati Uniti e il resto del mondo e alla sua attrattività come “carry currency”.
In generale comunque si è trattato di un anno con volatilità molto bassa delle valute dei paesi industrializzati.
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